Eduard Limonov: “Sono l’unico scrittore che, nel periodo post-sovietico, ha passato il carcere duro”

 

Il poeta e scrittore russo è stato ospite dell’Associazione Culturale Terra Insubre al Circolo Ra Ca’ dur Barlich, a Varese. L’incontro con l’intelletturale raccontato da Linda Terziroli 

Non è facile comporre il numero di telefono di Eduard Limonov, per la prima volta. Lo ammette Emmanuel Carrère, lo scrittore francese che l’ha reso celebre con la biografia Limonov, uscita in Italia con Adelphi nel 2012, quando ripercorre i passi che lo hanno portato a intervistare quel “tipo sexy, smaliziato, spiritoso che sembrava un marinaio in libera uscita e una rockstar” e faceva pensare “alla deriva urbana di Robert De Niro in Taxi Driver”.

Limonov, l’ispiratore di diverse ideologie, il fondatore del Partito Nazional-Bolscevico, “un proletario anarchico”, come è stato definito. Uno che, sempre secondo Carrère, brinda a Stalin, mentre fa battute crudeli su Solženicyn. Un personaggio scomodo, insomma.

“Mi ci è voluto un po’ prima di imboccare la pista giusta e ottenere il suo numero di cellulare da Saša Ivanov, un editore di Mosca. E quando l’ho avuto, mi ci è voluto un pezzo per comporlo”. Adesso che Eduard Limonov è qui a Varese, nel suo tour in Italia (in Europa, dopo 22 anni) a presentare il suo nuovo libro, la sua autobiografia, Zona industriale, tradotta in italiano da Sandro Teti e Stefano Fronteddu (Sandro Teti editore), anche sostenere il suo sguardo richiede una certa dose di coraggio.

Siamo a Ra Ca’ du Barlich, la casa del diavolo, nel borgo antico di Penasca, alle porte di Varese, dove un arco di mattoni circonda il personaggio Eduard Limonov. Un personaggio “non inventato”, come ha scritto Carrère. Una polo bianca che da lontano sembrava una camicia è una semplice ed elegante giacca nera, due anelli d’argento ai due anulari, un taglio di capelli punk, gli occhiali dalla montatura rettangolare.

E lo sguardo, scuro e incendiario, come le sue parole.

“Non ho letto il libro di Carrère – racconta Limonov, durante la conferenza stampa – agli inizi degli anni ’80, conoscevo Carrère perché aveva recensito un mio libro, di cui non ricordo il titolo. Mi aveva dato un passaggio sulla motocicletta”.

Che poi era una Honda 125 rossa, si legge in Limonov. E lui abitava allora in un monolocale del Marais “arredato in modo spartano; a terra c’erano dei pesi e sul tavolo, accanto alla macchina da scrivere, un attrezzo a molla per irrobustire i muscoli delle mano”. Il libro di Limonov era Diario di un fallito. “E poi nel 2006 ci siamo ritrovati a Mosca – continua Eduard Limonov –. È stato con me un’intera settimana, mi ha rotto le palle. Poi mi ha telefonato per dirmi che aveva intenzione di scrivere un libro su di me. Mi sono disinteressato di questo libro e non pensavo che potesse diventare un best seller. Gli sono grato anche se ha scritto sa il diavolo cosa. Mi ha rianimato, rivitalizzato, anch’io sono tornato in auge. Mi sento come uno scrittore morto”.

Uno scrittore che ha attraversato molte vite e che, anche in carcere, è riuscito ad essere una persona diversa. “Mi volevano condannare ad una pena detentiva molto lunga, per insurrezione, banda armata, procura di armi in grandi quantità. La pubblica accusa ha chiesto quindici anni, mi hanno condannato a quattro. Non cerco di fare psicanalisi, accetto le cose come sono, sono stato arrestato al confine con Kazakistan. Sono l’unico scrittore che, nel periodo post-sovietico, ha passato il carcere duro”. Ma la prigione è come un monastero, per Eduard Limonov, un luogo dove si respira quell’“ascetismo” che deriva dall’“incontro con Dio, col caos, con l’ultraterreno. Ero più intelligente e più saggio rispetto ad adesso quando ero in carcere”.

Mentre parla in russo disegna nell’aria con la mano le sbarre che i suoi compagni di cella disegnavano sui muri: “c’erano persone che cancellavano ogni giorno, il giorno trascorso in carcere”.

Eppure “Lasciare la prigione è stato bello. Nonostante avessi 60 anni, potevo di nuovo ricominciare da capo. L’uomo è fatto così: levagli il pane, ma lasciagli la possibilità di rifarsi una vita”, sono le prime righe di Zona industriale. E a sentirlo parlare di Putin, più che un leader, un portavoce, un frontman “non abbastanza forte”, “la Crimea non basta è il mio motto”, si finisce con il pensare che i russi siano sì gli ultimi veri europei. E che la Russia sia in continua evoluzione, una forza oscura, reazionaria, che viene chiamata in causa quando serve per togliere le castagne dal fuoco. “Poi torniamo nelle nostre tenebre” dice Limonov. Alla fine della presentazione, ritrovo Eduard Limonov lontano dalle luci, seduto ad un nudo tavolo di legno, dietro le sue spalle un grande camino decorato, intento con qualcuno a brindare a chissà quale misteriosa cospirazione. Davanti una bottiglia senza etichetta che assomiglia da vicino ad un superalcolico. Il fermo immagine del personaggio maledetto e controcorrente che un po’ mi ero immaginata, leggendo di lui in Limonov.

Linda Terziroli

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